Andrea Camilleri. La dipartita di un padre, un artista, un gigante

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Di Irene Di Bono. Andrea Camilleri, gigante della cultura del bel paese, artista, scrittore, regista, uomo di carisma e di grande onestà intellettuale, non ignavo, piuttosto scomodo. Un nome così altisonante che non ha bisogno di presentazione alcuna. Se n’è andato il padre di noi Siciliani, l’autore che ha parlato della nostra terra, con la nostra lingua, il nostro dialetto. Un vuoto, un senso di smarrimento, una certezza che crolla. Qualcosa cui non si era mai pensato. Non abbiamo mai fatto i conti con l’età che passa, abbiamo sempre avuto fame delle sue opere. Siamo egoisti, perché non ci arrendiamo al verdetto, noi lo volevamo qui, al centro del Teatro Greco di Siracusa per udire ancora l’esclamazione “Chiamatemi Tiresia!”. Lo volevamo per sempre ad anticiparci un film su Montalbano, a dispensare grandi verità durante le interviste, consigli a noi giovani. Avremmo avuto bisogno della sua saggezza ancora per lungo tempo. Ascoltarlo innamorati e catturati dalla sua potenza narrativa, dal suo “cunto”. Leggere e aspettare nuovi romanzi, nuove avventure, nuovi saggi. Mai lo avremmo fatto fermare. Lui generoso, ci ha regalato un bagaglio culturale inestimabile oltre che inimitabile. Oggi qualcuno sarà contento, si è tolto di torno quel terrone scassa minchie del Commissario Montalbano. Quel qualcuno, povero d’animo e d’intelletto, non sa che Andrea Camilleri, il commissario Salvo, Vigata, Catarella, Fazio, Mimì Augello, Nicolò Zito, Livia, Ingrid etc.. da oggi, più di ieri, vivranno con forza. Questa deve essere la promessa di noi lettori appassionati del maestro, di noi siciliani. Si è fermato il respiro, si è spento il suo cuore, si sono chiusi i suoi occhi. Ma la sua eredità non verrà accantonata, non verrà dimenticata, risuonerà ancora per molto tempo, per sempre azzardiamo. Per noi oggi, è andato via così, come il maestro voleva, aggiungiamo solo un lungo applauso da una platea in piedi a sorridergli e ad abbracciarlo con il cuore colmo di gratitudine: “Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano”.

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