Strage del 2 Aprile, il ricordo, la memoria e l’impegno

Di Giulia Giacalone 

2 Aprile 1985-2 Aprile 2019. Trentaquattro anni sono trascorsi dalla strage mafiosa di Pizzolungo dove persero la vita Barbara Rizzo e i suoi due figli, Giuseppe e Salvatore Asta, di 6 anni. L’attentato era destinato al giudice Carlo Palermo che stava indagando sui canali della droga che dall’est europeo arrivava fino in Sicilia. Lo Stato ha deciso che, lui sopravissuto a Pizzolungo, in realtà è come se fosse morto, dapprima lo invitarono a cambiare generalità e a riparare in Canada, poi è stato di fatto abbandonato e costretto ad abbandonare la toga del pm e vestire quella dell’avvocato. Quel tritolo usato a Pizzolungo fa parte di una lunga lista di sangue, lo stesso tritolo, uscito da polveriere militari, è stato impiegato sicuramente dalla mafia e dai mafiosi nell’attentato nel dicembre 1984 al treno Rapido a San Benedetto Val diSambro, per far saltare in aria, poche settimane dopo Pizzolungo, alla vigilia delle amministrative del 1985, la villa dell’allora sindaco di Palermo Elda Pucci, nel fallito attentato all’Addaura al giudice Falcone il 21 giugno 1989. Ci sono voluti parecchi anni affinchè arrivasse la sentenza di condanna per i mandanti, il boss trapanese Vincenzo Virga, e Totò Riina, il capo della cupola siciliana, e a due anni dalla strage furono condannati gli esecutori, tutti alcamesi, il primis lattoniere di Castellammare del Golfo Gioacchino Calabrò, ma per loro giunse una assoluzione in Cassazione. Anni dopo si scoprì che quei condannati erano i mafiosi esecutori della strage, ma per quella assoluzione definitiva è stato impossibile riprocessarli.

Il boato di quella bomba non ha ancora esaurito i suoi effetti dilanianti. Il tritolo mafioso ha ucciso tre giovani vite, ne ha minato altre, il magistrato, i suoi agenti di scorta, ma ha anche determinato un forte segnale di intimidazione all’intera società civile trapanese che ancora oggi, anche per questo, stenta ad abbandonare alcuni comportamenti nei confronti della preponderante presenza della mafia nel tessuto sociale e civile. Allora, dinanzi a quelle povere vittime, c’era chi diceva che la mafia non esisteva, oggi autorevoli politici, e non solo loro, anche professionisti, “colletti bianchi”, dicono che la mafia non esiste o è stata sconfitta, a dispetto di arresti, condanne e ingenti sequestri e confische di beni che dimostrano la presenza della criminalità organizzata e mafiosa.

Qualcosa, però, è cambiato rispetto a quegli anni. Oggi, una parte della società, vuole ricordare, impegnarsi, fare per animare il più intelligente degli impegni contro le mafie, la malapolitica, la corruzione, le connivenze e le collusioni.

In un momento storico in cui più che mai si selezionano i ricordi per tenere quelli meno scomodi, in un periodo in cui la lotta alla mafia è diventata una celebrazione decorata e necessaria, è compito anche della cultura evitare che bambini diventino in seguito persone, elettori, vicini, lavoratori corruttibili o già corrotti. Dalla maledizione di questa lista, lunghissima, di nomi di vittime, è nostro dovere di cittadini e trarne energia vitale, viverne e farla rivivere. Bisogna riconoscere come eroi davvero chi lo merita e chi lo fu veramente e non come continua ad accadere, eroi restano i mafiosi e i corrotti. Questo compito oggi è di tutti, dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Come scriveva Leonardo Sciascia “il nostro è un paese senza memoria e senza verità ed io, per questo, cerco di non dimenticare”. Da una parte, quindi, la denuncia del fenomeno mafioso, nella consapevolezza che la cultura possa dare un notevole contributo, dall’altra il ricordo di persone che hanno pagato con la loro vita il loro alto senso dello stato, delle sue istituzioni, delle sue leggi, della legalità vissuta nel quotidiani, del rifiuto del meccanismo perverso delle raccomandazioni e del servilismo sciocco che attanaglia molti siciliani.

 

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