Gli uomini di informazione uccisi da “cosa nostra”

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Con la “Notizia trapanese” vogliamo promuovere l’ideologia di libera informazione.
Il nostro pensiero, come sempre, va a tutte le vittime di mafia e a tutti coloro che ancor oggi combattono la violenza e i soprusi di tutte le organizzazioni criminali. Nel focus di oggi ricorderemo gli uomini di informazione che hanno sacrificato la loro vita per lottare contro “cosa nostra”.

Giuseppe Alfano

Il nome di Giuseppe Aldo Felice Alfano,  corrispondente per il giornale “La Sicilia”, cominciò ad indagare sulle vicende ispide e tortuose  che avvenivano nel sottobosco della comunità messinese, con particolare attenzione per la situazione del Comune in cui era nato. Insieme ai traffici di sigarette e droga  furono registrati anche quelli di ingenti somme di denaro, nel Comune di Barcellona Pozzo di Gotto, per la realizzazione di un raddoppiamento della linea ferroviaria con Terme Vigliatore, un altro comune del messinese, e per la costruzione dell’autostrada A20 meglio nota come l’autostrada Palermo-Messina. Molte inchieste di Beppe Alfano sono concentrate e proprio su queste entrate. Si occupò, anche dell’erogazione dei contributi AIMA, ovvero l’Azienda per gli interventi sul mercato agricolo. Un altro ambito specifico affrontato fu quello delle relazioni fra cosa nostra e i membri della comunità barcellonese Il boss Nitto Santapaola , attraverso il suo seguace Giuseppe Gullotti, organizzava la propria attività all’interno di un’associazione, denominata “Corda Fratres”. Beppe Alfano  cercò, senza sosta, di denunciare i soprusi  e le azioni illecite che vedevano coinvolti  non solo le compagini mafiose ma anche membri appartenenti alle sfere politiche che, allora, erano al potere nel comune messinese. Sostenne la presenza, a Barcellona, di una loggia segreta e del boss Santapaola.
Il lavoro di Beppe Alfano  svolto nel rispetto dell’onestà e della libertà d’espressione, fu stroncato l’8 gennaio del 1993  quando fu ucciso da tre proiettili mentre si trovava a bordo della sua macchina.  Le modalità dell’assassinio di Beppe Alfano sono ancora al vaglio delle indagini e dopo tutti questi anni non hanno ancora trovato una chiara risoluzione.

  Cosimo Cristina

Il giornalista Cosimo Cristina  istituì il giornale periodico “Prospettive siciliane” e trattò nelle sue argomentazioni la denuncia di infiltrazioni mafiose nella sua città e nei territori limitrofi.  La sua sfrontatezza e la sua tenacia nel raccontare quei soprusi  che poi sarebbero degenerati nelle stragi negli anni’90, lo resero un nemico per cosa nostra che decise di eliminarlo. Il corpo del giovane Cosimo  Cristina fu ritrovato  nei pressi della galleria denominata “Fossola” vicino alla sua città, Termini Imerese. La scena del crimine fu ricostruita in modo tale da far sembrare la morte di Cristina volontaria, ovvero dovuta ad un suicidio. Molti collaboratori di Cristina si mossero per la ricerca della verità ,uno fra questi fu il giornalista Mario Francese. Gli atti processuali registrarono la morte di Cristina come suicidio.  Il tentativo, anni dopo, del giornalista Luciano Mirone di riaprire il caso non sortì alcun effetto.
Il caso Cristina è, quindi, come detto precedentemente, avvolto da ombre buie.  È limpida e chiara, però, negli occhi e nella mente di chi lotta contro sistemi come cosa nostra, l’importanza  del lascito informativo che il termitano ha messo a disposizione della comunità.

  Mauro De Mauro

  Mauro De Mauro   scrisse per il quotidiano palermitano “L’Ora”, per cui curò la cronaca. De Mauro si rese, inoltre, protagonista di più inchieste sul tema della criminalità organizzata. In particolare, la sua analisi si focalizzò su uno dei più fitti misteri italiani  ancora adesso avvolto fra ombre e dubbi: il caso Mattei.            .
Enrico Mattei  fondò e fu il presidente dell’Eni, uno delle più celebri aziende italiane. Morì in circostanze misteriose in un incidente aereo,  il 27 ottobre 1962. De Mauro, che nel mentre stava collaborando con il regista  Rosi,  per la stesura della sua pellicola “Il caso Mattei”  poi uscito nel 1972,  aveva constatato che due politici, affiliati a cosa nostra,  vale a  dire Graziano Verzotto e Vito Guarrasi, erano implicati nell’uccisione dell’imprenditore.                         .
Secondo l’ipotesi portata avanti da De Mauro, la mafia ,spaventata dalla sua capacità in campo economico e per fare un favore a chi, fuori dall’Italia, vedeva l’opera di Mattei come una minaccia, decise di eliminarlo, mediante la collaborazione dei suoi affiliati.                      .
Il politico mafioso Vito Guarrasi, accusato da De Mauro, segnalò il nome del giornalista a cosa nostra.  La mafia, per zittire il cronista de “L’Ora” e per tutelare i suoi affiliati coinvolti nell’indagine, fece rapire De Mauro.
Sia gli appunti del giornalista che il suo corpo non furono mai più ritrovati.   

Giuseppe Fava

Giuseppe Fava, anche conosciuto come Pippo, fu un eclettico a 360 gradi. La sua attività spaziò, infatti, fra svariati campi:  dalla cronaca al teatro, passando per la saggistica e il cinema. Pubblicò “Il Giornale del Sud”. Questo quotidiano  rappresentò, agli inizi degli anni ’80, un simbolo vero e proprio della libertà di manifestazione del pensiero. Operante, infatti,  nel contesto mafioso proprio di quella Catania,  macchiata dai traffici di droga e dalla pesante presenza di cosa nostra,  Il Giornale del Sud diede voce, senza censure e omissioni,  alla Sicilia stanca dei soprusi derivanti dalla presenza del fenomeno mafioso. Il lavoro di Fava subì seri tentativi di violazione che culminarono con la censura del giornale e con il suo licenziamento.   Il giornalista siracusano non si arrese e continuò la sua attività attraverso una nuova rivista,  denominata “I siciliani”, di cui fu,quindi, fondatore e direttore. Pippo Fava fu successivamente ucciso da cosa nostra.                       
Mario Francese 

  La sua attività di lotta alla mafia si basò, però,  sulla presenza di cosa nostra a Palermo con un particolare sguardo alle vicende riguardanti il clan dei Corleonesi guidato da Salvatore Riina. Dopo le collaborazioni con “La Sicilia” a Catania e con l’Ansa,  la sua attività giornalistica fu, principalmente, legata al quotidiano “Giornale di Sicilia”.
Ravvisò la scissione esistente fai il gruppo mafioso dei Liggiani e  quello dei, cosiddetti, “Guanti di velluto”.  Note sono ,inoltre, le sue inchieste sulla cosiddetta strage di Ciaculli. Si tratta di un attentato ,ordito da cosa nostra nel 1963, nel quale perirono sette membri appartenenti alle forze dell’ordine. L’attentato avvenne mediante l’esplosione di  un’automobile imbottita d’esplosivo. Fra i mandanti vi erano Tommaso Buscetta e Michele Cavataio.  Il primo, divenuto poi pentito, attribuì al secondo l’intera colpa riguardo l’organizzazione della strage.                       Francese si occupò anche del caso dell’uccisione del colonnello Giuseppe Russo, uno dei collaboratori più stretti del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Russo fu ucciso mentre indagava sul caso Mattei.             Lo sferzante stile ,intriso di eroismo, con cui Mario Francese denunciava il clan dei Corleonesi  gli costò la vita il 26 gennaio del 1979 quando fu freddato a colpi di pistola davanti alla sua abitazione palermitana da Leoluca Bagarella.
Nel 1996 è stato dedicato alla memoria di Mario Francese il premio che porta il suo nome.

Giuseppe Impastato 

Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino, crebbe all’interno di una famiglia, fedele servitrice di cosa nostra. Suo padre Luigi, la  cui famiglia originaria composta da allevatori era già affiliata alla mafia, era un fidato collaboratore del boss Gaetano Badalamenti. Peppino era, inoltre, imparentato con il criminale mafioso Cesare Manzella, marito della sua zia paterna. Nato in un contesto opposto rispetto a quelli che saranno i suoi futuri ideali,  Peppino comincia la sua attività   di lotta e denuncia contro i soprusi mafiosi, tutelando quella fascia di popolazione a cui non veniva data molta voce, tipo i contadini espropriati per dei lavori nell’Aereoporto di Palermo, oggi intitolato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. All’inizio della sua carriera, diventa uno dei principali membri delle congregazioni comuniste nel territorio di Cinisi.   Peppino fu cacciato da casa, mantenendo, tuttavia, i rapporti con la madre Felicia. Nel 1977,  fondò l’emittente radiofonica Radio Aut, che divenne, da allora e per tutti i pochi anni successivi della sua vita, un vero e proprio quartiere generale: un cantuccio dove Peppino insieme ai suoi collaboratori scherniva e denunciava apertamente il fenomeno mafioso, prendendo, soprattutto, di mira la figura, vicina al padre, di Gaetano Badalamenti, il capo della cosca mafiosa di Cinisi. La trasmissione di punta a Radio Aut era “Onda pazza a Mafiopoli”.
Peppino venne barbaramente ucciso dalla mafia il 9 maggio del 1978. Come nel caso di Cosimo Cristina (paragrafo 3.2), l’omicidio fu organizzato in modo tale da apparire come un suicidio.  Peppino fu ritrovato sui binari a Cinisi, dilaniato   da una violenta esplosione di tritolo posta sotto il suo corpo.

Mauro Rostagno  

Nato a Torino il 6 marzo del 1942, Mauro Rostagno  si distinse per il suo giornalismo di denuncia all’interno del difficile contesto siciliano fra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni’90. Nella sua attività giornalistica   denunciò   pericolosi affiliati alla mafia siciliana,  come i boss Nitto Santapaola e Mariano Agate. Quest’ultimo era un  fido soldato di Salvatore Riina, che durante la sua carriera criminale era stato particolarmente attivo nella provincia di Trapani.  Fu, precisamente, il boss di Mazara del Vallo. Agate fu coinvolto nella strage di Capaci e nell’omicidio del magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto,  ucciso il 25 gennaio del 1983 a Valderice. Proprio in una frazione di quest’ultimo comune e, precisamente, a Lenzi fu organizzato l’attentato nei confronti di Mauro Rostagno.
Il giornalista morì il 26 settembre del 1988  ucciso da cosa nostra.

 Giovanni Spampinato   

L’attività del paladino della legalità  di Giovanni Spampinato  è legata al territorio di Ragusa  in cui operò in qualità di corrispondente per il giornale palermitano “L’Ora”, oltre che per “l’Unità”.
L’indagine che  portò alla sua condanna a morte, fu quella riguardante l’omicidio di Angelo Tumino, un commerciante di opere d’arte, anch’esse oggetto dei traffici suddetti. Spampinato aveva additato come colpevole un personaggio ben visto agli occhi della società, che  vantava un’importante parentela. all’interno della società ragusana. Il criminale in questione era Roberto Campria, il figlio del presidente del Tribunale di Ragusa.  Le accuse del giornalista non andarono giù all’accusato, che lo ucciso a colpi di pistola, la notte del 27 ottobre del 1972. Spampinato aveva chiesto il trasferimento dell’inchiesta ai giudici di un’altra città per evitare conflitti di interesse all’interno del Palazzo di Giustizia ragusano. La richiesta di Giovanni fu, però, ignorata.
Nel 2007, a settembre, l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, attribuì il premio giornalistico “Saint Vincent” alla memoria del paladino della giustizia ed eroe,  Giovanni Spampinato.

Foto: ANSA
Fonte: Elaborato finale di D.

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