E’ morto Totò u Curto

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É morto questa notte alle 3.37 il boss Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. É Luciano Liggio, a farlo entrare in Cosa nostra. Prima di quell’incontro Riina aveva alle spalle solo qualche furto. Poi il “battesimo” criminale e un’accusa grave: l’omicidio di un coetaneo, durante una rissa, per cui viene condannato a 12 anni. Così Riina, poco dopo aver compiuto 18 anni, finisce in carcere per la prima volta. “Totò u curtu” esce dall’Ucciardone nel 1956 e viene arruolato nel gruppo di fuoco di Liggio, che dietro di sé lascia una lunga scia di sangue, che inizia nel 1958 con l’eliminazione di Michele Navarra, medico e boss di Corleone. Liggio ne azzera il clan e ne prende il posto. Riina diventa il suo vice. Nella banda c’è anche un altro compaesano, Bernardo Provenzano. Nel dicembre del 1963 Riina viene fermato da una pattuglia di carabinieri in provincia di Agrigento: ha una carta di identità rubata e una pistola. Torna all’Ucciardone e ne esce, dopo un’assoluzione per insufficienza di prove, nel 1969. Mandato fuori dalla Sicilia al soggiorno obbligato, non lascerà mai la sua terra, scegliendo una latitanza durata oltre 20 anni. Nel 1969, con Provenzano e altri uomini d’onore, uccide a colpi di mitra il boss Michele Cavataio e altri quattro picciotti in quella che per le cronache sarà la strage di viale Lazio. Due anni dopo spara contro il procuratore di Palermo Pietro Scaglione. L’ascesa in Cosa nostra, ottenuta col sangue e la violenza (sarebbero oltre 100 gli omicidi in cui è coinvolto e 26 gli ergastoli a cui è stato condannato) è inarrestabile. E va di pari passo con i primi delitti politici: l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Dopo la cattura di Leggio, Riina prende il suo posto nel triumvirato mafioso assieme a Stefano Bontade e Tano Badalamenti. Sono gli anni 80 in cui il ruolo di Totò u curto e dei suoi picciotti diventa indiscusso. Droga, appalti e speculazione edilizia, una conquista del potere a colpi di lupara bianca ed omicidi eclatanti. Il 23 aprile 1981 cade Stefano Bontande, “il principe di Villagrazia”, il boss che vestiva in doppiopetto, frequentava i salotti buoni della città e controllava i traffici della Cosa nostra palermitana. Massacrato nel suo regno e nel giorno del suo compleanno. Diciotto giorni dopo, tocca al suo alleato Totuccio Inzerillo, poi al figlio e al fratello: i parenti superstiti fuggono negli Stati Uniti.  Riina, feroce e spietato, condannato in contumacia all’ergastolo durante il “maxiprocesso”, grazie alle rivelazioni del primo pentito di rango, Tommaso Buscetta,  si vendica facendogli uccidere undici parenti. Quando il maxiprocesso diventa definitivo e cominciano a fioccare gli ergastoli per gli uomini d’onore, il padrino dichiara guerra allo Stato. Una sorta di resa dei conti: con la condanna dei nemici storici come i giudici Falcone e Borsellino, a cui si doveva il maxiprocesso, e di chi aveva tradito. La lista di chi andava eliminato era lunga e contava anche i politici che, secondo il boss, non avevano rispettato i patti. È la stagione delle stragi: il 12 marzo muore Salvo Lima, proconsole andreottiano in Sicilia, il 23 maggio e il 19 luglio 1992 i giudici Falcone e Borsellino. Totò Riina viene arrestato il 15 gennaio del 1993 dai carabinieri del Ros dopo 24 anni di latitanza poco lontano da casa. Riina non ha mai mostrato alcun segno di redenzione, di cedimento. Nessun passo indietro. Fino alla fine. Tre anni fa, conversando durante l’ora d’aria con un compagno di detenzione, ha continuato a rivendicare le stragi, a minacciare di morte magistrati, a ricordare quando fece fare a Falcone “la fine del tonno”. Al processo trattativa, citato dalla Procura, è rimasto in silenzio. E che il capo di Cosa nostra fosse ancora lui l’ha scritto anche la Dia nella sua relazione semestrale sulla criminalità organizzata, lo scorso luglio. “Il boss corleonese continuerebbe a essere alla guida di Cosa nostra, a conferma dello stato di crisi di un’organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica”. Con la morte di Riina restano senza risposte molte domande: sui rapporti mafia e politica, sulle trame che avrebbero visto Cosa nostra a braccetto con poteri occulti in una comune strategia della tensione.

 

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