Oltre le calze (color carne) c’è di più (?)

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Di Martina Failla. Signori, questa settimana mettiamo da parte le ciance e andiamo a trattare una tematica più seria. Qualcosa che trafigge l’animo di molte persone, me compresa. Qualcosa che è estremamente un’offesa per l’intera società.
Le calze color carne. Si, si tematica ripetuta e rivista tante volte. Milioni di donne si imbattono da anni contro questa violenza indotta da Pompea e Calzedonia (gli altri brand contano poco, si parla di detenzione del monopolio, tipo se dovete prendere il lievito ovviamente lo prendete Pane degli Angeli, no? Non avete la minima idea che possa esistere un altro tipo di lievito al di fuori di esso. Quegli angioletti biondi comandano. Qui succede la stessa cosa).
Adesso voi direte “ma la moda significa poter indossare ciò che si vuole, sentirsi a proprio agio”. Si certo belle di zia, lo so che state pensando alle tappine (ciabatte) di Chiara Ferragni del 2015, e starete pensando “ccccioè loro si vestono come caxxxxo vogliono e io non posso mettere le calze color carne?” Giusto. Giustissimo. Vi capisco. Veramente. MA questa non è una giustificazione. Partiamo dal fatto che io non sono nessuno per dirvi cosa indossare o cosa non indossare, si sta chiacchierando, e riflettendo insieme, anche perchè probabilmente il 50% delle volte mi vesto anch’io un po di merda, ma ragazze se c’è una cosa che mai e poi mai indosserò sono proprio loro. Più che altro per il loro no-sense. Non ha senso. È come andare a San Vito Lo Capo, per sciare.
È come la loggia (centro storico di Trapani) nei mesi di febbraio e marzo. Non ha senso. È come la brioche vuota. Non ha senso. È come a pasta squarata. (pasta senza alcun condimento). È come i tatuaggi di Fedez. È come Massimo Giletti. È come i servizi di Barbara D’urso a Pomeriggio Cinque. Insomma, avete capito.
Prima di tutto vorrei proprio capire il senso, in generale, dei collant stessi. Grazie a Wikipedia ho scoperto il bastardo che nel 1959 ha avuto la felice idea di inventare questo “ capo d’abbigliamento unisex che copre la regione del corpo compresa tra il basso addome e la punta dei piedi.” Se voi ci pensate, è proprio una tortura cinese. Quando delle sere d’inverno penso che dovrò indossare i collant, sento un brivido che mi pervade la schiena. Mi viene quasi da piangere. Non so se capita anche a voi. Insomma questo tizio, Allan Gant, (non poteva che non essere un uomo, ovviamente) si inventò una delle cose che avrebbero fatto sentire più libere ed emancipate le donne dagli anni 60 in poi, quando si iniziò ad indossare la minigonna, e allo stesso tempo intrappolate da questa gabbia di fili sottili che sì, fanno sentire meno il freddo, ma allo stesso tempo fanno insinuare inaspettatamente quel leggero venticello giusto per farti avere la pelle d’oca. Perchè dobbiamo torturarci? Io proprio non capisco, eppure continuiamo a farlo, e quindi abbiamo anche inventato i collant senza cuciture. Per la serie: così non hai più scuse.
Ma la cosa più atroce è proprio vedere una donna con i collant color carne, d’inverno o nelle mezze stagioni, magari indossati sotto una minigonna o degli shorts di jeans (guarda, se ci metti anche uno stivale bianco siamo proprio pronte per il Premio Nobel del Gipsy). Non c’è cosa peggiore di torturarsi con dei collant appiccicati al culo, con quel bellissimo elastico in vita, per avere in fine l’effetto coscia lucida di Barbie. Ragazze, dico io, tanto non coprono un cazzo, toglietele e state col culo libero per lo meno. Anche se in quel caso sarebbe lo stesso una tortura (ecco,vedete non si esce mai da quel circolo vizioso del masochismo femminile); come ho potuto constatare durante la Milano Fashion Week a febbraio, le vere fashion victims preferiscono la coscia gnuda, patire il freddo ma far finta di nulla. Quindi preferiscono morire ibernate piuttosto che indossare le calze color carne. Saggia decisione. Ma un paio di causi (pantaloni) non c’è tra le opzioni?

Ho comunque una sorpresa, un qualcosa che rende giustizia a voi indossatrici di calze color carne. Sapete chi è la donna che al mondo indossa più di tutte questa tipologia di calze? No, non è Nicki Minaj che vuole contenere la sua cellulite. È proprio Kate Middleton. Ma adesso non gasatevi e non prendetela come giustificazione, perchè Kate ovviamente indossa delle signore calze, ma che con un po’ di pazienza e impegno possiamo riuscire a trovare anche noi (o meglio voi) a un prezzo accessibile ai comuni mortali. Quelle di Kate sono talmente impercettibili che è proprio quello il solo esempio accettabile di calza color carne.
Dunque, care mie, se proprio non riuscite a dire no a tutto ciò, per lo meno ricordiamo insieme i punti fondamentali da valutare prima dell’acquisto di eventuale calza:
1. Se siamo nei giorni della merla,e dunque non vediamo un raggio solare dal 1800, di conseguenza siamo più bianche di Mercoledi Adams, non andiamo di certo a comprare una calza dalla nuance più scura di due/tre toni della nostra pelle, onde evitare l’effetto “Pantone Carlo Conti”.
2. Le calze devono essere tenui ed impalpabili, di quelle che con una minima distrazione si sfilano, per la vostra ennesima felicità (eh ma l’avete voluto voi gioie mie), sennò sembra che indossiate calze ortopediche, dai cazzo!
3. Astenersi dall’effetto lucido. No, non siete fighe. Mi dispiace, è ora che voi sappiate la realtà dei fatti.
No, soltanto Beyonce può permettersi delle calze lucide contenitive. Mi dispiace. No lucido. No. N. O.
4. Dopo aver finalmente acquistato le nostre calze color carne, ricopriamole di benzina e diamogli fuoco.
5. Scrivere su wikipedia: 2017: nascita delle calze flambée. Inventore Martina Failla.

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